Il libro di Giobbe è molto importante perché segna una svolta nel modo di affrontare il problema del dolore e del male. La visione antica, risalente ai tempi di Mosè, era un po’ troppo semplicistica nell’affermare che ai buoni è accordata prosperità e buona fortuna, mentre i peccatori soffrono per il male che commettono.

L’esperienza quotidiana invece ci mostra che il mondo è pieno di gente malvagia che se la spassa e questo era anche sotto gli occhi degli ebrei di allora. D’altronde se la giustizia appartenesse a questa terra, Gesù non sarebbe mai stato crocifisso. Giobbe è un uomo giusto che va in rovina e tuttavia conserva la fiducia in Dio, che alla fine lo salverà. La lettura che abbiamo fatto è attraversata da un grande pessimismo, che ritroviamo anche nel libro del Qoelet, perché a quei tempi si pensava che l’anima sopravvivesse al corpo, ma come un’ombra e che la vita vera fosse quella prima della morte fisica. Mancava un tassello fondamentale: il Cristo. È lui che salva e in lui i morti possono risorgere a una vita nuova e piena, simile a quella dell’uomo prima del peccato originale. Senza il Salvatore saremmo come i condannati nel braccio della morte. Possiamo allora comprendere l’infinito valore dell’incarnazione di Dio in Gesù Cristo. Nel vangelo di oggi il Maestro è a Cafarnao, il paese di Pietro, e sta uscendo dalla sinagoga dove ha liberato l’indemoniato, episodio che abbiamo letto domenica scorsa. Va a casa di Simone dove compie la sua prima guarigione. L’evangelista ci offre un particolare importantissimo: è sera, dopo il tramonto, la lunga giornata è finita, la gente che va da Gesù è stanca e piena di miserie. Sono come Giobbe, stanno per coricarsi e si chiedono se vedranno il mattino, hanno bisogno di riposo e di consolazione. Il Signore li guarisce e li libera dal male. È un’immagine meravigliosa. Nel buio della notte c’è una luce che brilla e che scalda. Al mattino Gesù va a pregare in un luogo solitario. È un indizio e un suggerimento per noi: pregare è riposare nelle braccia del Padre. Pietro si stupisce che il Maestro possa stare lì quando tutti lo cercano, quasi che stesse perdendo tempo. L’esempio del Signore insegna che non si può sempre dare, occorre anche ricaricarsi nel contatto con Dio. Le guarigioni sono funzionali al messaggio della salvezza, non sono lo scopo della missione di Gesù. La preghiera è allora una importante sosta per ritrovare energie e anche per rimanere fedeli alla propria vocazione, senza farsi travolgere dal desiderio di un’affermazione personale. L’ascolto di Dio chiarisce ciò che è più importante.

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