La vocazione del piccolo Samuele è una delle pagine più belle dell’Antico Testamento. La madre di Samuele lo aveva concepito dopo molti anni di matrimonio e tante preghiere, quando tutti pensavano che fosse sterile. Così la donna lo offrì al Signore portandolo ancora bambino al tempio perché servisse Dio e il sacerdote Eli.

Il racconto della vocazione fa pensare a un fatto straordinario, perché il piccolo sente la voce di Dio, ma in realtà il Signore parla a ciascuno di noi nel cuore. Nessun uomo è un’isola, intero per se stesso, è un celeberrimo verso del poeta inglese John Donne, che esprime l’incompletezza dell’uomo solo e la reciproca dipendenza che ci lega. Il nostro cuore è inquieto perché cerca il suo completamento. Sant’Agostino nelle Confessioni, dice che lui si gettava con avidità sulle cose esteriori inseguendo una sazietà che non trovava mai, ma poi finalmente scoprì che nel cuore del suo cuore c’era l’unico amore che non tradisce mai, capace finalmente di colmare la sua solitudine. Samuele per tre volte non sa riconoscere il richiamo di Dio. Come accadde ad Agostino e come succede spesso a noi, anche lui brancola cercando di capire, credendo di trovare risposte dove non ci sono. Eli, benché non fosse uno stinco di santo, gli dà la dritta giusta: sta in silenzio e renditi disponibile. Il Signore non è un’astrazione, un concetto, è una persona da incontrare a da amare. Quando i discepoli di Giovanni incontrano Gesù, sono le quattro del pomeriggio. È un dettaglio in apparenza superfluo che però sottolinea il contesto assolutamente quotidiano in cui questo incontro avviene. Come dire che il Maestro entra nella nostra vita di ogni giorno, nella ferialità. Non è un’esperienza riservata ai mistici, né un miracolo. Dove abiti, gli chiedono e Gesù li invita ad andare a vedere e a trascorrere il pomeriggio con lui. Per conoscerlo bisogna frequentarlo, passare del tempo con lui, ascoltare le sue parole, avere cioè un rapporto personale. Io vorrei dire a tutti e specialmente a voi ragazzi, di fare come Samuele e come Andrea, di chiedere a Gesù questo incontro personale e quotidiano: portami a casa tua, parlami, io ti ascolto. Non preoccupatevi di come vi parlerà, non è necessario sentire la risposta con le orecchie, ma rendetevi disponibili, aprite il cuore, provate a fare un po’ di silenzio davanti a lui e l’incontro avverrà. Se ogni giorno gli facciamo posto, lo accogliamo, allora diventeremo suoi amici, lo conosceremo personalmente e capiremo anche cosa ci chiede, capiremo la nostra vocazione.

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