Don Luigi Ciotti è intervenuto a Massino sabato 20 febbraio “non per semplificare né per giudicare, ma per far prendere coscienza: non siamo qui per giudicare nessuno, però la verità sì”. Il fondatore del Gruppo Abele e di Libera, rete di associazioni contro le mafie, ha mantenuto la promessa e ha accompagnato i presenti in un viaggio alla scoperta della mafia, della politica, della società al di là di ogni stereotipo e luogo comune, per sconfiggere “il peccato del sapere che è presente oggi nella nostra società ed è la mancanza di profondità: troppe conoscenze sono di seconda mano, per sentito dire, frutto della sterilizzazione della cultura”.
L’intera testimonianza di don Ciotti sembra proprio essere lo specchio della sua vita: personaggio semplice, schietto, essenziale (“io non sono un esperto e l’unica laurea che ho è in scienze confuse” afferma), che ha fatto della ricerca della verità in ogni campo il suo impegno di vita. Una figura coraggiosa, che sembra non avere la benchè minima paura delle conseguenze di ciò che fa. Dice di non capire chi, anche all’interno della Chiesa, gli suggerisce di stare attento, di essere prudente, chè la strada in cui si è messo è molto pericolosa… Quasi si indigna di queste parole e risponde “non capendo”, senza alcun passo indietro, ripensamento, compromesso. “Non capisce” nemmeno chi dice che la politica è il luogo, l’arte del compromesso, rifiuta con sdegno queste parole: “Io non ho la formula in tasca – afferma – ma so che bisogna ripensare la politica”. Una politica che deve avere tre obiettivi: lottare per liberare i poveri dai bisogni primari, integrare gli esclusi e socializzare gli inclusi, ma questo non sembra il suo sogno, bensì la sua certezza.
Il suo sguardo va allora all’attualità, in cui la crisi in cui viviamo “non è solo economica, bensì frutto di egoismi, individualismi, giochi sporchi: è una crisi soprattutto politica ed etica, una crisi di diritti”. Numerosi i suoi appelli ad una politica in cui “il fondamento della legge sia davvero la persona umana”, poiché il capitale più importante è proprio l’uomo e “lo sviluppo sarà sostenibile solo se sarà radicato in un’etica personalistica”. Don Luigi ricorda le parole di Paolo VI, secondo il quale “la politica è la più alta ed esigente forma di carità”, e quelle di mons. Tonino Bello, rivolgendosi ai politici: “amate tutti coloro che vi sono stati affidati: a Dio prima che al partito un giorno dovrete rendere conto”.
Chiesa e mafia
19 agosto 1993, Francesco Marino Mannoia, uomo di Cosa nostra oggi collaboratore di giustizia, dichiara al magistrato: “Nel passato la Chiesa era considerata sacra e intoccabile, ora invece Cosa Nostra sta attaccando anche la Chiesa perchè si sta esprimendo contro la mafia; gli uomini d’onore mandano messaggi chiari ai sacerdoti: non interferite”. Un mese prima Giovanni Paolo II pronunciava a sopresa lo storico discorso contro la mafia, nella Valle dei Templi di Agrigento, negli ultimi minuti della sua seconda visita pastorale in Sicilia. All’origine di quelle parole tonanti, l’incontro coi genitori del giovane giudice Livatino, ucciso dai mafiosi di cui chiese al procuratore capo di potersi occupare al posto dei “colleghi che sono sposati e che hanno i figli”. La mafia, come anticipato da Mannoia, rispose a Giovanni Paolo II con le bombe in san Giovanni in Laterano e nella chiesa al Velabro; un mese dopo il suo discorso venne ucciso don Pino Puglisi. Anche don Luigi ricorda l’incontro coi genitori del giudice Vivatino, la “casualità” con cui i suoi occhi si posarono su una frase precisa del suo diario: “Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili”: la Chiesa deve, ha il dovere di interferire, non può rimanere spettatrice come vorrebbe Cosa nostra.
Testimonianza cristiana e responsabilità civile
Don Luigi tratteggia allora testimoni, intreccia storie di uomini che sono stati credibili: don Peppino Diana, Giancarlo Siani, Peppino Impastato, Hélder Camera, tanti uomini e donne che anche oggi, nonostante la paura, cercano di non farsi vincere dalla mafia: “sì, noi siamo chiamati alla testimonianza cristiana e alla responsabilità civile, ed esse sono il duplice impegno col quale il cristiano si fa compagno di strada di ogni uomo di buona volontà, esse devono diventare carne”. Citando don Tonino Bello quindi ricorda che “la Chiesa è del mondo, non per se stessa”: non può stare a guardare, con la certezza che “non si costruisce giustizia senza verità, verità a volte difficili e scomode, ma che devono essere documentate e rispettose, non faziose, perchè solo la verità può costruire la giustizia, mentre la legalità e l’educazione alla responsabilità sono solo le strade per raggiungerla”.
Al di là dei luoghi comuni
Don Ciotti allora guarda al di là degli stereotipi, dei luoghi comuni, nel parlare delle mafie. Afferma che “la provincia di Milano è la quinta realtà in Italia per beni confiscati alle mafie, dietro a quattro regioni del Sud”. Narra inoltre che Corleone, patria ad esempio dei boss Riina e Provenzano, fu rifondata nel 1237 proprio da migranti di Brescia e Bergamo, tanto che in città si parlava proprio il dialetto del Nord.
Riferimenti alla giustizia nell’attualità
Riferimenti sintetici e chiari alle vicende politiche attuali si fanno spazio tra le riflessioni sulla legalità e la giustizia. Don Luigi condivide un uso meno improprio delle intercettazioni, “che qualcuno vorrebbe eliminare”, chiede che non vengano date in pasto alla gente, ma al tempo stesso ne sottolinea l’importanza, ricordando ad esempio che è proprio grazie ad esse se la sua macchina non è saltata in aria lungo un tratto di autostrada, se si è potuti intervenire in tempo, che è ancora grazie ad esse che è ancora vivo per esempio il magistrato Giancarlo Caselli. Fa un appello alla non deligittimazione dell’impegno di uomini e donne nella magistratura, nelle forze di polizia… e parla di immigrazione, affermando che fermezza e accoglienza sono un binomio possibile, che il non respingimento è possibile: “la clandestinità non può essere un reato, esso è una spina nella carne e deve farci interrogare, perché la nostra Costituzione ci consegna la libertà e l’uguaglianza come cuore dei diritti”. Emerge da ogni suo riferimento la certezza della necessità di una giustizia uguale per tutti, di diritti e leggi che valgono per tutti: “E’ gravissimo anche che abbiamo un codice penale per i cittadini italiani e c’è un aggravio di pena per gli immigrati che commettono reati: questo non è possibile, non è possibile”. Ricorda infine l’impegno dei cittadini, delle associazioni e dei gruppi che dopo il terremoto hanno vegliato e continuano a vegliare in Abruzzo sulla ricostruzione, affinchè essa avvenga nella legalità.
La quinta mafia, quella in giacca e cravatta
Il fondatore del Gruppo Abele mette in guardia i presenti dalla massiccia presenza soprattutto in Lombardia, ma anche in Piemonte, della cosiddetta quinta mafia: quella non armata, senza bombe, che è “la mafia imprenditrice, che ha alleanze con segmenti della politica: la mafia dei colletti bianchi, mafia che non fa rumore”. Di fronte ad essa e a quella cultura mafiosa che ci entra ogni giorno in casa attraverso la televisione e i suoi richiami al possesso, al denaro e alla forza, che sono i valori dei mafiosi, don Ciotti spinge a “non obbedire all’ingiustizia e quindi esserne complici, che vuol dire stare a guardare”, ad avere “voglia di conoscere, partecipare, lavorare di più insieme per maturare una coscienza sociale nella nostra realtà”, “mettersi nei panni degli altri per capire”, perché “tutti siamo chiamati a portare il nostro contributo per il bene comune”.
“Saldare la terra con il cielo”
Don Ciotti non dipinge un sogno, non parla di mondi ideali: assicura che la mafia si può sconfiggere, che un’altra politica può nascere, “altrimenti non sarei qui a parlarvi”, e lo afferma con l’esperienza di chi sa che “non c’è opera sociale realizzata su terreno confiscato alla mafia che non sia stata vandalizzata”. Una speranza e una grinta che fanno riflettere. Per il suo impegno per il bene comune viene spontaneo confrontarlo con don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XIII scomparso poco più di due anni fa. Don Benzi colpiva per la “presenza” quasi ultraterrena, per l’amore per l’uomo, prima che per l’esempio di infaticabile sacerdote che si spendeva giorno e notte per “gli ultimi”; di don Ciotti invece stupiscono appunto la speranza, la forza, il coraggio, non la “presenza”, schietta e semplice e ben ancorata alla terra. Una speranza che però evidentemente trae la propria forza non da sé, perché “lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale: non bastano le nostre forze, un cristiano deve scommettere con Dio”. Ecco allora la sua scommessa di essere testimone credibile e la sua vita spesa a “saldare la terra con il cielo”: citando don Peppino Diana, afferma che “dobbiamo risalire sui tetti ad annunciare parole di vita”.
“Parlare anche con quelli che non la pensano come noi condizione fondamentale per le relazioni nel nostro territorio”
“Auguro a me e a tutti voi – così ha concluso il suo intervento don Ciotti – di essere capaci di spendere il vostro io per la vita e non la vita per il vostro io. Auguro di essere capaci di alimentare la speranza, di impegnarci insieme contro quella malattia mortale che è la rassegnazione, che è la delega, che è l’indifferenza, dire che le cose non cambieranno mai: no! C’è bisogno di noi per questo cambiamento. Il cambiamento inizia dall’uso delle nostre parole, dall’essere capaci di parlare anche con quelli che non la pensano come noi, che non si riconoscono nei nostri pensieri e nelle nostre idee. A volte non è facile, ma questo diventa dentro il nostro territorio una delle condizioni fondamentali perchè i legami sociali, le relazioni, l’ascolto reciproco non vengano meno: è questo il senso di giustizia e legalità questa sera”.
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