Pubblichiamo tutti gli articoli n concorso. Sono al vaglio della giuria.
I vincitori sabato 28 durante la serata conclusiva del progetto “Infinito presente” al palaghiaccio di Colazza

AMBULANZA , UN’ESPERIENZA CHE TI CAMBIA.
Il mio sogno più grande è sempre stato quello di diventare medico.
All’età di 18 anni ho pensato a qualcosa che potesse aprirmi ad esperienze di volontariato ma allo stesso tempo che mi avvicinasse al campo sanitario .Una mia amica mi ha consigliato di iniziare a frequentare il corso per diventare volontaria soccorritrice all’interno dell’Ambulanza del Vergante e così ho deciso di iscrivermi.
Dopo le lezione frontali e le ore di tirocinio, affiancata da volontari più esperti, sono diventata anche io soccorritrice.
La prima cosa che mi ha stupita è stata l’accoglienza dei volontari di questa associazione : mi sono sentita accolta e guidata e mi sono sentita parte di una grande famiglia. Ho conosciuto persone fantastiche che mi hanno arricchita con le loro storie ,con i loro consigli e con i loro sorrisi .
Importante è anche la mia ”squadra” , con la quale condivido difficoltà , confronti , risate e nella quale diventiamo sempre più uniti .
Essere volontari in ambulanza ,poi, apre ad esperienze e situazioni che normalmente non si vivrebbero e che portano a sviluppare una maggior capacità di accettazione di ciò che è diverso ,a conoscere realtà di disagio anche nelle nostre comunità ,a mettersi in gioco,a mettersi nei panni dell’altro (la così detta empatia che tanto è importante per un soccorritore) ,a crescere, ad ascoltare ,a imparare sempre cose nuove che servono anche per la propria vita.
Come in ogni esperienza di volontariato la cosa più bella è sicuramente la gratuità e la sincerità dei ringraziamenti ,dei gesti e dei sorrisi che si ricevono da persone che magari stanno anche male:già solo per questo varrebbe la pena diventare volontari.
Quando alla fine di un’uscita in emergenza il signore trasportato riesce a sorridere nonostante la situazione di disagio ,si prova una felicità pura che difficilmente si riesce a vivere.
Ora sono volontaria da circa un anno e mezzo e ho ancora tanto da imparare.
Elisa (20 anni)


Dare voce al volontariato
Sul territorio del Vergante il volontariato è particolarmente sviluppato: questo infatti costituisce una grande risorsa per le amministrazioni comunali ma soprattutto per i cittadini stessi.
Per spiegare in modo più dettagliato cosa è realmente il volontariato e che cosa spinge una persona a diventare volontario di un’associazione, riportiamo qui di seguito un’intervista fatta qualche giorno fa ad una giovane volontaria dell’Ambulanza del Vergante.
Ciao! Prima di tutto vogliamo sapere il tuo nome, la tua età e il paese di provenienza.
Ciao a tutti! Sono Giulia, ho 20 anni e abito a Stropino.
Bene Giulia! Raccontaci brevemente la tua storia di volontaria e cosa ti ha spinto a diventarlo.
E’ iniziato tutto esattamente un anno fa, quando mi hanno dato la possibilità di vivere l’esperienza di servizio civile in Ambulanza; ricordo come se fosse ieri il colloquio di selezione nel quale dissi che avrei fatto qualsiasi cosa eccetto salire su un’ambulanza. Avevo il terrore del sangue e la gente che stava male faceva stare male anche me. Poi tutto è cambiato, grazie soprattutto ai compagni che ho trovato, pronti a spronarmi, aiutarmi ed a convincermi che anche io avrei potuto farcela: ecco che oggi sono diventata soccoritrice e la parola emergenza fa ormai parte del mio vocabolario!
Quindi tu sei la prova che tutte le paure si possono superare! E il tuo primo intervento in 118?
Esatto! Tutto si può, basta volerlo! Ho un bellissimo ricordo della mia prima uscita: il telefono che suona, i miei colleghi che mi dicono Giulia ci siamo si esce e l’adrenalina a mille!
Sì, posso solo immaginare l’ansia che tu hai provato! Quali altre sensazioni prova un volontario soccorritore?
Sicuramente gioia, responsabilità, voglia di fare, empatia ma anche angoscia e paura.
Quello che ho imparato è l’avere fiducia dei compagni di squadra, ecco che così la paura passa perché sai di non essere mai sola!

Bello questo spirito di squadra! Mi sembra di capire che con gli altri volontari tu abbia stretto dei legami forti o sbaglio?
Assolutamente no! Io ho trovato nell’Ambulanza del Vergante una seconda famiglia! Ho stretto davvero tantissimi legami di amicizia! Mi sono sentita parte di loro fin da subito! In fin dei conti siamo lì tutti per lo stesso motivo!
Certo! E quale sarebbe?
Aiutare chi sta peggio di noi! Ma io dico sempre che le persone che scelgono di fare volontariato sono consapevoli che aiutando gli altri aiutano anche se stessi a sentirsi meglio e a realizzarsi! Quindi il volontariato permette un doppio vantaggio! Inoltre esso è vita, è impegno sociale, è il modo per tirare fuori il meglio di te è infine una sfida che vale la pena di accettare!
Molto bene, Giulia, eccoci arrivati alla fine di questa serie di domande. Per finire vogliamo chiederti di lanciare un messaggio alfine di promuovere la tua associazione!
Cosa dire: se vuoi sentirti utile per gli altri dedicando qualche ora del tuo tempo non esitare, iscriviti al nuovo corso che avrà inizio a febbraio e diventa uno di noi! Essere volontario è un valore aggiunto puoi esserne certo!
Grazie davvero Giulia per la tua testimonianza! Complimenti e auguri per il tuo futuro!
Grazie a tutti voi che avete deciso di dedicare uno spazio del vostro giornale a me! Ricambio gli auguri e arrivederci!
Giulia (20 anni)


Destinazione volontariato!
Parola d’ordine: volontariato. Noi, sette ragazzi all’avventura. Destinazione Recife, Brasile. Saremmo arrivati nella parte più povera dello stato brasiliano, e lì avremmo potuto portare il nostro aiuto. Facile a dirsi. Nessuno sapeva bene cosa significasse questa parola, volontariato. Ma fidatevi, quando ci si trova lì, tutto si realizza senza bisogno di teoria. Ci trovavamo lontani dalla nostra quotidianità, dalle nostre certezze, catapultati in uno splendido nuovo mondo.
Tutto era diverso: la lingua, le case, le automobili, le strade, il tramonto nel cielo. Ma il sorriso delle persone, quello ci faceva sentire un po’ a casa.
Il nostro volontariato non richiedeva imprese impossibili: bastava visitare le case, pranzare con le famiglie povere godendosi tutta la loro immensa ospitalità, condividere in un portoghese molto italianizzato la nostra gioia di stare tra la gente, provare ad insegnare la nostra lingua a qualche coraggioso brasiliano, ma soprattutto sorridere. Si, perché il nostro sorriso unito agli abbracci di accoglienza delle persone, creava una sorta di filo invisibile che ci legava tutti.
Penserete che il volontariato sia qualcosa di irraggiungibile, invece è qualcosa che si può fare quotidianamente, o meglio si sceglie di fare.
Noi abbiamo scelto di vivere quell’esperienza accostandoci sempre di più alla quotidianità delle famiglie incontrate, per donare loro tutto ciò che “dall’Italia” potevamo portare: noi stessi.
Il volontariato è donare, ma senza aspettare ricompensa, perché la vera ricompensa nasce in te nel momento stesso in cui offri tutto ciò che hai e sei.
L’esperienza vissuta in Brasile mi ricorda e mi ricorderà sempre quanto fare volontariato sia più semplice di ciò che sembra. E il sorriso che compare sul mio viso mentre scrivo queste parole è testimonianza del fatto che nonostante fossi io a donare, i veri volontari sono stati i volti incontrati nel mio viaggio.
Laura (20 anni)


LE CREPE DI CASA
“Cosa son venuti a fare due come voi qui a L’Aquila? Pensate di salvare il mondo?”. Con queste parole siamo stati accolti provocatoriamente al campo base volontari della Caritas “S.Antonio” gestito dalle regioni di Umbria, Piemonte e Val d’Aosta in località Pile a L’Aquila. No, quando siamo partiti non pensavamo di cambiare il mondo: magari di osservarlo, capirlo un poco meglio, sorridere e piangere un po’ assieme. Questo sì. E subito abbiamo avuto questa possibilità: la vita quotidiana aquilana è carica di sogni, dolori, tensioni e speranze di un futuro in grado di ridonare normalità e serenità alla popolazione colpita dal terremoto la notte del 6 aprile 2009. È un quotidiano che ti coinvolge senza mediazioni, con tutta la tua persona: la vita nelle tende, i posti di blocco, i volontari, le tendopoli, le case malmesse e distrutte, la popolazione, le transenne, il caldo e il freddo, la zona rossa del centro storico, i nuovi quartieri residenziali, le locandine dei cinema ferme a inizio aprile…
E poi i servizi che ti affidano: distribuzione di vestiti e alimenti, traslochi dalle tende alle nuove case, assistenza alle persone sole o più in difficoltà, aiuto ai militari e ai volontari nelle tendopoli, recuperare mobili e oggetti personali nella zona rossa, realizzare baracche e i lavori più disparati… ma centrale resta l’ascolto e la presenza accanto agli aquilani, un soffermarsi silenzioso sotto la croce che li ha colpiti. Che ci chiama a portarne il peso.
E’ un quotidiano che ti fa cogliere l’importanza delle più piccole cose e la grandezza di chi soffre: un semaforo che non funziona, il farsi una doccia, una serratura in cui poter girare una chiave, un caffè offerto da chi non ha più niente.
È un quotidiano colmo di germogli: chi desidera costruirsi una casa da solo, motti come “Terremo tosto”, una ragazza che studia per i test dell’università, le famiglie che ricevono i nuovi appartamenti della Protezione Civile, i bambini delle tendopoli che giocano e disegnano, il “Coraggio, sono io, non temete!” (Mc 6, 50) fuori dalla tenda-cappella, i “Grazie!” detti con occhi sorridenti ancora rossi di lacrime.
È un quotidiano esigente, che può darti tutto o niente. Un’esperienza di servizio a L’Aquila può essere una bella vacanza piena di sentimentalismo ed emotività, da trascorrere assieme a decine di ragazzi e ragazze provenienti da tutta Italia in allegria e anche spensieratezza. Un’esperienza da racchiudere in un album di foto riposto in libreria. Oppure può essere l’occasione per comprendere quanto L’Aquila sia in grado di donare a chi le dona qualche giorno della sua vita: l’epicentro di una sensibilità capace di vedere L’Aquila a casa nostra, che fornisce nuovi occhi al cuore per la realtà del nostro
quotidiano. Che ci interroga e provoca. È un quotidiano, quello aquilano, che ti da tutto solo se fai della tua casa L’Aquila. Non siamo noi a salvare il mondo, è L’Aquila stessa che può aiutarci a farlo. Che invita a rigettare le reti in mare. Nel nostro mare.
Tornando a casa hai acquisito l’abitudine di osservare le condizioni delle costruzioni a cui passi accanto: è un istinto che impiega qualche giorno a scomparire. Questo l’istinto per vedere le crepe nelle case. Ma vedere le crepe nel cuore della gente che hai accanto deve rimanere, ed è il regalo che L’Aquila ti chiede di conservare gelosamente…
Diego (27 anni)


Sorridere Sempre
“Donare un sorriso/rende felice il cuore/arricchisce chi lo riceve/senza impoverire chi lo dona./Non dura che un istante/ma il suo ricordo rimane a lungo.” diceva Padre Faber. Renato Zero lo ribadisce nella canzone da cui ho preso il titolo.
Ed è con un sorriso che accogliamo i dodici bambini di terza elementare in oratorio per l’ora settimanale di catechismo. Anche quando mi avevano proposto di diventare aiuto catechista avevo risposto con un sorriso.
E’ bello per noi tre, Elena, Angela ed io, vederceli correre incontro felici, anche se sono appena usciti da scuola dopo sei ore di lezione. Per questo li lasciamo liberi per una decina di minuti. Alcuni fanno merenda tranquilli, altri si rincorrono gridando e altri ancora finiscono velocemente di mangiare per poi unirsi ai compagni nel gioco. Speriamo sempre che sfoghino le loro energie. Non è così: ne acquistano di nuove.
La “nostra” saletta è occupata da un grande tavolone con dodici sedie. Quando tutti si sono finalmente sistemati si distinguono due schieramenti: femmine a destra, maschi a sinistra, fatta eccezione per una bambina seduta all’inizio della fila maschile.
Si comincia con l’”Ave Maria”. Oggi Elena, con l’aiuto di una bimba, recita una storia. Ne discutiamo insieme. Alcuni ci scherzano, altri hanno pensieri profondi che pochi si aspetterebbero da bambini così piccoli.
Non tutti sono attenti, ce ne sono anche alcuni che continuano a distrarsi e a fare rumore. Li capisco. Sette ore seduti ad ascoltare è troppo per dei bimbi di otto anni e così vivaci. Però bisogna sgridarli perché gli altri hanno il diritto di poter seguire.
Cerco di spiegare che così danno fastidio. Alcuni non mi ascoltano, altri provano a calmarsi, ma il silenzio è solo momentaneo. Un maschietto ha lo sguardo di un cerbiatto ferito. Ci rimango male. Gli spiego che quando lui disturba divento triste io e gli propongo un patto: lui starà buono e così saremo felici entrambi. Fa cenno di sì e le sue labbra si aprono in un bellissimo sorriso.
Sto sistemando le sedie. Sono le cinque e mezza e se ne sono già andati tutti. E’ rimasto solo il bimbo di prima. Lo aiuto a vestirsi e mi regala un altro sorriso luminoso come il primo.
E’ con quel sorriso in testa e sulle labbra che finisco la versione di greco. Non importa se è tardi e vorrei essere già a letto. E’ il primo anno che faccio l’aiuto catechista. Già dal primo giorno ho scoperto che sgridare i bambini mi era difficile, ma come in tutte le cose ci sono lati positivi e lati negativi. Quello che mi spinge ad andare tutti i martedì pomeriggio all’oratorio di Lesa sono i sorrisi che i bimbi mi sanno donare: perché ho raccolto una giacca, perché li ho aiutati a vestirsi, perché ho chiuso il loro zainetto…
Bambini, vi prego, SORRIDETE SEMPRE!
Isabella (15 anni)

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